29 dicembre 2006

Un'agave irresistibile!


Della mia bella veranda estiva, è rimasta, immota e forte sul pilastro, l'agave. I fiori recisi se ne sono andati ben presto, ma non così il ricordo della loro bellezza. L'ibisco color arancio è al riparo nella serra e dei due esemplari di curcuma, uno bianco e uno color glicine, sono rimasti solo i rizomi dei vasi, al riparo anch'essi dal freddo invernale e dall'acqua soprattutto , perchè ne decreterebbe l'inevitabile marciume. Rifioriranno il prossimo anno? Non lo so, ho difficoltà con le piante modaiole!
L'agave è ancora lì e come una chioccia protegge i suoi piccolini sotto le ali, le piccoli agavi che stanno al riparo sotto le foglie. Amo questa pianta, per la sua eleganza a un tempo essenziale, a un tempo selvaggia. Amo la sua forza con cui ha sfidato lì sul pilastro arso dal sole, un'estate impietosa e con la stessa serenità va incontro all'inverno. Mi sembra un po'come quelle rare e fortunate amicizie, che ti sono vicine quando bolle "il sangue caldo della gioventù" (Yeats), o meglio delle tue passioni, o quando al contrario ti sembra di passare un momento triste, stazzonato, interminabile, come l'inverno.
Ieri l'ho annaffiata e ho sentito che aveva sete.
Per non lasciarla sola ho posto, uno per ogni scalino, un paio di esemplari di evonimo dalle foglioline screziate di giallo, un'erica dai timidi fiori rosa, un piccolo esemplare di tuja e un minuscolo bosso. Sul pilastro di sinistra ho posto un echeveria. Invisibile nella foto, una passiflora avanza da sotto il pilastro destro e protende le sue propagini disordinate sugli scalini. Una serie di piante che riescono con la loro bellezza e tenacia a movimentare l'inverno triste di noi giardineri!Tutto sommato la mia veranda è molto bella anche adesso!

2 commenti:

Anonimo ha detto...

grazie mille, da parte dell'agave! fa piacere incontrare persone come te che sanno parlare in questa maniera ferma e sincera di piante, giardini e vita.
grazie
sei una principessa

Anonimo ha detto...

Piante, talee, radici, terra….
Sono cresciuta in un ambiente contadino, e due frasi spesso mi hanno accompagnato negli anni, frasi che mi sono sentita ripetere da più persone della mia famiglia, e ogni tanto in circostanze e tempi variabili mi sembra di riascoltarle con le voci di persone che non ci sono più o più semplicemente non sono qui con me.
La prima è ‘ricordati che la terra è bassa’ e in questo semplice aggettivo veniva riassunta tutta la fatica del vivere in generale e del vivere ‘della terra’ in particolare. A volte mi chiedo cosa ne penserebbero queste persone del vivere alienante in un’azienda, e se veramente la terra è tanto bassa… forse bassa sì, ma almeno pulita.
La seconda in realtà è un racconto, e non so se sia vero o inventato da mia nonna.
Una famiglia di braccianti fa studiare il figlio che ovviamente per lavorare si trasferisce in città. Dopo tanto tempo torna a trovare i genitori, ma giunto in campagna sembra schifare tutto e non riconoscere neanche le cose più banali. I genitori un po’ preoccupati lo portano a fare un giro intorno a casa per fargli vedere come distinguere l’erba gramigna dal trifoglio, le piante da frutto da quelle selvatiche, ma il ragazzo sembra vedere tutto come fosse la prima volta. Tornando verso casa, genitori e figlio passano in un vialetto dove i ferri da lavoro non erano stati riposti, e senza accorgersene il ragazzo pesta i denti del rastrello che sollevano il bastone al quale era attaccato gli arriva dritto in faccia, e subito dopo il colpo si sente uscire dalla bocca del ragazzo ‘manaza anca al rastrelo’…. La mia nonna non aveva studiato, ma era saggia. Aveva fatto sua quella saggezza frutto dell’esperienza e dell’umiltà dei contadini, e fiera mi ha voluto fare capire che una persona se vuole sapere dove va, deve sapere da dove viene ...
Da tanto tempo vivo in città, ma mi manca la terra e il suo essere bassa, mi mancano le piante e i loro nomi ma ancora di più mi manca avere le unghie sporche di terra, le dita macchiate d’erba e il rastrello.